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Brexit: Il giorno dopo

Brexit: Il giorno dopo

Circa quattro anni fa, proprio in questi giorni, Cameron proclamava un Referendum per mettere nell’angolo chi all’interno del suo Partito Conservatore, voleva soddisfare i pruriti di una certa parte dell’elettorato.

Cameron era sicuro di vincere il Referendum. Era certo che gli inglesi mai e poi mai avrebbero voltato le spalle all’accordo politico ed economico più potente al Mondo e dove gli inglesi avevano un ruolo importante e basilare di potere e controllo.

Mai scelta politica si rivelò più sbagliata nella storia moderna in Europa.

Mille interessi di opportunismo per una carriera politica personale, l’uso per la prima volta spregiudicato di fake news e il controllo dell’elettorato attraverso i Social Network, portarono ad un risultato nel Giugno del 1996, che nessuno si sarebbe mai aspettato.

Invece, ad un certo punto, arrivarono i risultati da Sunderland, città del Nord Est Inglese, dove classe operaria legata alla Nissan e il suo contorno produttivo, dove non è l’Università il mito ma la Catena di montaggio a 16 anni, e dove i laburisti da decenni avevano il controllo del voto, decisero in massa di votare per uscire dall’UE.

Sunderland, quella notte, rimase l’unica città che voto contro l’Unione Europea, ma non bastarono il voto favorevole di grandi città come Londra o Birmingham, Manchester o Liverpool, a fermare l’ondata devastante che arrivava senza preavviso dalla campagna inglese.

Luoghi di confine, dove non ci sono grossi problemi di immigrazione o problemi di lavoro, dove il Governo investe pesantemente in Assistenza sociale, votarono in massa per il “Leave” e, anche se di poco, il Referendum ebbe un risultato che ha segnato questi ultimi quattro anni e che segnerà per decenni a venire il destino di quest’Isola.

Ieri sera si è ufficialmente chiusa una fase dell’uscita dall’UE. Quella che doveva essere la più semplice si è rilevata complicata ed ha bloccato la politica e i problemi che l’UK avrebbe dovuto affrontare.

Due elezioni generali di mezzo, leader politici che salivano in paradiso e cadevano nell’inferno due mesi dopo. Colpi di scena, sorprese, marce colossali di protesta mai viste in Inghilterra. Alla fine, l’opinione pubblica è decisamente favorevole nel rimanere in EU, ma che deve uscire per via di un sistema elettorale che vede un Partito prendersi una maggioranza schiacciante con una minoranza dei voti e un’opposizione che è maggioranza (di fatto) nel paese, ma che non ha la maggioranza che avrebbe potuto avere, per colpa dell’Ego personale di alcuni leader e per una strategia politica più confusionaria dell’idea stessa del Brexit.

Sono stati quattro anni duri. Per gli inglesi e per i tanti stranieri che il Paese ospita. Città come Londra sono la culla della multi-cultura, dove il successo economico è basato proprio su questo mix di idee, persone, capitali.

I matrimoni misti sono innumerevoli, i ragazzini con doppia nazionalità quasi non si contano e la communita’ europea presenta nel Paese è concentrata in particolare su Londra.

Abito a Londra dal 1999, ci sono arrivato in piena onda “Tony Blair” e quegli anni rimarranno il periodo più positivo, progressista della mia esperienza londinese.

L’onda fu tanto lunga che durante le Olimpiadi del 2012 pareva di vivere nell’Isola più felice del Pianeta.

Dopo di che le cose sono cambiate. In peggio.

La tensione tra le varie communita’ è peggiorata, non tanto a Londra, ma nel resto della Nazione, ed è sufficiente un semplice referendum, mal formulato, per far si che quello che era uno dei punti di forza del Paese, la coesione tra le differenti communita’, esplodesse con episodi di autentici atti razzisti e di violenza.

Come spesso accade in questi casi, la parte più forte economicamente e intellettualmente, tende nel fuggire e diventare egoista e pensare solo a sé stessa. Ecco il motivo dei tanti inglesi che hanno cercato in questi quattro anni di trovarsi un parente lontano nell’albo genealogico, per avere un secondo passaporto europeo, oppure hanno venduto casa ed attività e cambiato nazione di residenza.

Sembra assurdo, ma al momento la Gran Bretagna è il Paese che più esporta più immigranti in Europa. Assurdo perché’ era basata proprio sull’immigrazione in Inghilterra, la campagna elettorale dei “Leave”.

Brexit è stata un’invenzione e una battaglia politica, con tanti colpi proibiti, all’interno dei Conservatori ed ora tutto il Paese deve seguire le conseguenze di questa tossica atmosfera che si respirava da anni dentro il Partito Conservatore.

Ma ora l’Art50 diventa reale e da oggi parte la battaglia più ovvia di tutte: Rientrare dentro l’Unione Europea al più presto possibile.

Sarà questa la battaglia centrale politica dei prossimi anni, specie ora che la fase del Brexit sarà più intensa e reale, non più proclami e sogni, ma accordi politici ed economici che creeranno ancora più tensione e conseguente consapevolezza dell’errore fatto in nome del gusto del Potere da parte di pochi.

La Brexit deve essere contrastata ad ogni livello, L’opposizione deve ricordare che questo è un progetto dei Tories e a loro deve essere la responsabilità di vivere con le conseguenze di questa scelta e le possibilità che i Tories si possano nuovamente dividere e distruggere da soli, sono particolarmente alte.

Ma i Laburisti devo portare alla ribalta un nuovo Leader, uno più determinato ed al passo dei tempi di Corbyn, ecco perché’ il nuovo Leader che uscirà dal Congresso il prossimo aprile, è importante alla pari dei mille contatti e meeting ci saranno tra il Governo e i vertici europei nei prossimi mesi.

Questa fare di “stagnazione” parte oggi, dovrebbe finire il 31 Dicembre, ma il sospetto da parte di tutti è che ci saranno altri rinvii sulla data finale e che il vero Brexit, se le opposizioni saranno guidate dal leader giusto, potrebbero non solo rinviare all’infinito, ma forse anche annullare per sempre.

La battaglia per riportare l’Inghilterra nel suo ruolo più logico dentro l’Europa comincia oggi, potrebbe essere un lungo viaggio. Basta solo stare concentrati.

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